“In Italia ho imparato a giocare nel modo giusto“. Kobe, italiano per sempre

“In Italia ho imparato a giocare nel modo giusto“. Kobe, italiano per sempre

Due anni dalla morte di Kobe Bryant. Due anni da una notizia improvvisa e feroce, che sconvolse il mondo, non solo sportivo. Il nostro ricordo odierno non riguarda le sue prodezze NBA, piuttosto i suoi anni di crescita in Italia. Personale e di pallacanestro. L’occasione, e le testimonianze di quei ricordi, ce la offre il libro di Mike Sielski, The Rise. L’ascesa di Kobe. Alla ricerca dell’immortalità, cestistica, ma non solo. Il capitolo che ci interessa di più è il quarto, segnatevelo. Gli anni nel Belpaese, così valutato e apprezzato allora dalla famiglia Bryant. Joe, il padre, chiusa la carriera Nba - discreta, ma insoddisfacente per sogni di gloria e indubbio talento -, seppe costruirsi una seconda vita di basket in Europa. Portandosi dietro la moglie Pamela e tre pargoli: quel ragazzino promettente e le sorelle Sharia e Shaya. Kobe aveva 6 anni, allora.

GIRO D’ITALIA

—   Il preludio del capitolo è significativo, in retrospettiva. Le parole di Kobe riecheggiano come un omaggio: “Crescendo in Italia ho imparato a giocare a pallacanestro nel modo giusto, mi sono stati insegnati i fondamentali. Sarò sempre grato ai miei primi allenatori per quegli insegnamenti”. Papà Joe in Nba era stato un solista costretto a interpretare un ruolo da gregario. Controvoglia, con rammarico. Dal 1984 al 1991 in Italia, nel campionato di A-2 prima, a Rieti, Reggio Calabria e Pistoia, e poi in A-1 a Reggio Emilia, gli venne offerta l’opportunità di brillare da stella. Non se la fece sfuggire, godendosela. Come Kobe seppe godersi l’Italia. Il gelato in piazza e i video dei Lakers dello showtime da guardare e riguardare: Magic Johnson e Kareem Abdul Jabbar da idolatrare. A Rieti, prima tappa, il giardino con il canestro da bersagliare. Inizialmente la scuola americana a Roma, poi quella pubblica, le elementari, comoda, nella cittadina laziale. “La gente qui ti saluta per strada. Tratta gli altri come suoi pari. Qui la famiglia è importante”. Come avere un padre finalmente presente con cui studiare assieme pallacanestro. Da emulare. Passare da un calendario Nba, con viaggi continui, a una partita alla settimana, da cadenza di campionato in Italia, fece diventare Joe “Jellybean” un “family man”, improvvisamente.

PREDESTINATO

—   La nonna di Joe l’aveva predetto: un discendente di famiglia avrebbe cambiato in meglio le sorti di tutti i Bryant. Il padre di Kobe s’interrogava, guardando il Kobe bambino, se magari potesse essere lui…Che intanto cresceva con orizzonti più ampi dei coetanei statunitensi: “Grazie a questa esperienza i miei figli guardano le persone come esseri umani, non sono intrappolati negli stereotipi di razza o religione”. Kobe si era appassionato al calcio. Ma era sul parquet di pallacanestro che faceva stropicciare gli occhi. Pure troppo. I suoi allenatori erano costretti a metterlo in panchina perché dominava mortificando avversari e compagni. Non la passava mai, come il papà…

L’AMICA E LA SVOLTA

—   Kobe aveva fatto amicizia con Tamika Catching, la figlia di un amico e collega di Joe. “Siamo cresciuti pensando che tutto fosse possibile”. Lo è stato, per loro. Sono stati entrambi introdotti nella Hall of Fame la stessa notte, il 15 maggio 2021. Quante possibilità potevano esserci, allora? Eppure…A Pistoia Kobe si esibiva nell’intervallo delle partite. Di fronte a tutti, gli spettatori non gli facevano paura. Copiava i movimenti dei “grandi” e li reinterpretava a modo suo. Dovevano trascinarlo fuori, per far iniziare il secondo tempo. D’estate i Bryant tornavano in America. A Philadelphia. Dove Kobe nel 1992, a 14 anni, assaggiò la caratura e la durezza della Sonny Hill League. Parlava un italiano fluente, ma non una parola di “slang” Usa. E giocava con gli occhialoni alla James Worthy. Bersaglio scontato per i ragazzini locali. In 25 partite, giocando contro adolescenti di un paio d’anni più grandi di lui, non fu capace di segnare un singolo canestro. “Fu un punto di svolta per me”. Altri della sua età si sarebbero scoraggiati, avrebbero magari scelto il calcio. Kobe invece per migliorare si mise a studiare Michael Jordan…

Fonte: https://www.gazzetta.it/Nba/26-01-2022/da-rieti-reggio-emilia-ecco-come-nato-mito-kobe-4301098165776.shtml

Vincenzo
Vincenzo Medico Chirurgo, Psicoterapeuta, Odontoiatra. Specialista ambulatoriale presso l’ASL Napoli 1 Centro. Coach professionista. Terapeuta EMDR.
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